O del perché odio Parigi e non riesco a smettere di tornarci
L’arrivo alla RER B dell’aeroporto di Charles de Gaulle ha sempre lo stesso odore. Un misto di croissant scadente, di metallico e di qualcos’altro che preferisco non identificare. Dalla stazione partono anche i TGV – taa-ta-ta, ecco l’inconfondibile musichetta della SNCF –.
Ogni volta che arrivo parte subito il déjà vu olfattivo-uditivo, una sorta di prosaica, proustiana madeleine. Parigi odora e risuona, ma non sempre di profumi di lusso e chitarrine manouche.
Avevo ventitré anni quando ho imparato a familiarizzare con tutto questo. Un francese scolastico, la pesante spensieratezza dei 20 anni, e l’illusione che la mia esperienza Erasmus sarebbe stata un po’ come quella di un’Emily in Paris ante litteram, pur senza vestiti firmati.
La signora della boulangerie mi umiliò in due secondi. Avevo chiesto un flan nature, indicandolo con la mano: non potevo essere più chiara, o almeno così credevo. Lei mi guardò con un’espressione sprezzante, e disse, scocciata e quasi ostile: “Un quoiiii nature ?!?”
Aveva capito benissimo cosa volevo. Ma nel suo ruolo di civilizzatrice francese aveva il dovere di stabilire una certa gerarchia tra di noi. Quella sera piansi amaramente nel mio soppalco striminzito.
I Parigini, si dice, non parlano inglese. Non è vero. Aspettano pazientemente che tu raggiunga un ottimo livello di francese. Annusano la tua paura mentre ti sforzi di avere una buona pronuncia. Usi il congiuntivo. Elidi tutti i suoni che loro non pronuncerebbero.
Solo allora accadrà: magicamente, a una frase in francese perfettamente corretto, un cameriere risponderà in inglese. Ufficialmente per aiutarti, ma ovviamente solo per umiliarti. Hanno un certo stile, va riconosciuto.
Quell’anno rimasi a Parigi per 10 mesi. Abbastanza per imparare. Non solo o non tanto il francese — anche se ovviamente lo imparai, con lacrime e sangue –, ma a rispondere con la stessa stronzaggine che mi veniva riservata. Salvaguardando sempre l’educazione formale, senza diventare apertamente scortese: solo diretta, tagliente, talvolta sarcastica, senza quel margine di umiltà e disponibilità che in Italia diamo per scontato e che a Parigi viene letto come insicurezza e inferiorità.
Il giorno in cui una cameriera che aveva provato a prendermi per il c**o e a cui avevo risposto a tono mi disse “Pardon, vous avez raison” capii fiera di aver passato l’esame. Anzi, il rito di iniziazione. Ormai ridevo di quanto riuscivano a essere stronzi e mi divertivo a ingaggiare battaglie su chi era più insopportabile.
Mi ero temporaneamente trasfigurata in una Parigina.
Il problema — il vero problema, irrisolvibile — è che Parigi per me è un amore tossico che non ho nessuna intenzione di lasciare. Parigi è il mio malessere, per dirlo à la Temptation Island. O come direbbe Catullo: odi et amo.
Se Parigi fosse una persona, dopo 5 minuti la butterei fuori di casa. È autoreferenziale al limite del ridicolo, tiranna del Bello, cara, affollata, crudele, inospitale.
Eppure.
Eppure ogni volta che atterro a CDG e salgo sulla RER B — che puzza, che è lenta, che è stipata esattamente come la prima volta — e vedo comparire i primi tetti di zinco fuori dal finestrino, sento qualcosa di molto simile alla felicità. Una felicità che devo dissimulare, sia perché gli unici entusiasti a Parigi sono i turisti (il massimo entusiasmo consentito per i locali è un calorosissimo C’est vraiment pas mal), sia perché è la felicità di tornare da qualcuno che non mi ama, mi ignora e che quasi certamente non cambierà mai, non mi amerà mai.
Le cose peggiori mi rassicurano. Il cameriere che mi risponde in inglese mi conferma che è tutto come l’avevo lasciato. La via del 10ème che sa di pane e di aria sporca della metro. Il modo in cui la città continua imperterrita a farsi i fatti suoi, incurante della mia esistenza come di quella di chiunque altro.
Non mi aspettava, la mia inamabile amata. Non aspetta nessuno.
Non ho una conclusione. Gli amori tossici non ne hanno.
Tornerò a Parigi, probabilmente presto. Mi dirò che è per una mostra, per un volo in offerta, per qualche pretestuosa ragione concreta. Scenderò dalla RER B e l’odore e i suoni saranno gli stessi di sempre, e i tetti di zinco saranno là fuori dal finestrino, e io sarò di nuovo ignorata e perdutamente innamorata.
La signora del flan nature, da qualche parte, starà guardando il prossimo malcapitato con la stessa espressione.
Alcune cose non cambiano mai. Per fortuna.